Giuseppe Tornatore e Leningrad, il suo ultimo film

Entro breve, Tornatore si metterà all'opera con un film fortemente voluto da Sergio Leone

di Monia Ruggieri 13 marzo 2013 14:44

Si intitola Leningrad ed è il film che Tornatore ha sempre voluto girare. Ora, dopo La migliore offerta, Tornatore non ha mai spesso di pensare alla sua prossima pellicola, un film sulla battaglia di Leningrado, durata tre anni, che non è altro che una metafora della resistenza umana.

“Prima di Natale in Italia tutti davano per morto il cinema d’autore, divorato dalla commedia mangiatutto. La migliore offerta è un segnale di speranza, pare ci sia ancora un pubblico non omologato che desidera prodotti diversi”

“Secondo i calcoli di Adolf Hitler, che aveva già fissato i festeggiamenti per la capitolazione all’Hotel Astoria di Leningrado per il 9 agosto 1942, in tre mesi sarebbero stati tutti sterminati. E invece hanno resistito tre anni, anche se le scorte di viveri della città isolata bastavano per soli 30 giorni. Questa vicenda è più che mai attuale, una grandiosa metafora della contemporaneità. L’intero pianeta oggi è un’immensa Leningrado assediata dal nemico, terrorismo, recessione, fondamentalismi, conflitti, e incapace di intravedere un futuro certo. Ma deve resistere”.

E sulla crisi economica che spaventa qualsiasi produttore, sottolinea:

 “Chiariamo: o fra due mesi sarò al lavoro oppure stavolta rinuncerò per sempre. In ogni caso pubblicherò la sceneggiatura in forma di romanzo, ho passato quasi quattro anni a leggere e rivedere documenti, film, ho fatto sopralluoghi, incontrato i sopravvissuti, a un certo punto avevo alle dipendenze 22 traduttori dal russo. Ennio Morricone ha già composto cinque o sei temi musicali. Buttare tutto sarebbe un delitto. Fino al libro di Salisbury non esistevano quasi testimonianze, Stalin aveva cercato di cancellare la memoria dell’assedio perché alla storia doveva passare la vittoriosa battaglia di Stalingrado, mentre la resistenza eroica dei leningradesi metteva troppo in ombra il suo nome e il ruolo del partito. Racconterò senza censure la fame, l’avanzare del gelo, meno 30, man mano che finivano energia e riscaldamento, i cadaveri abbandonati ogni mattina e buttati come spazzatura, 97 mila morti solo nel terribile gennaio del 1942. La gente staccava la carta da parati per usare la colla come farina, cuoceva il cuoio per renderlo commestibile e oggi sappiamo che il cannibalismo era diventato consuetudine. Ma il mio non sarà solo un viaggio di infinito orrore, a colpirmi è stato soprattutto il violento desiderio di sopravvivere a tutti i costi. Nella capitale culturale e artistica dell’ex Urss, durante l’assedio, i cittadini hanno continuato a organizzare concerti e mostre, a tenere aperti i teatri, girare film, proteggere i tesori dell’Ermitage. Facevano tutto questo mentre morivano, il che li rendeva imbattibili, mentre il nemico, rifocillato, pensava solo a sparare. Con la cultura non si mangia, come piace dire a qualcuno, ma si sopravvive. Tenendo viva, e alta, la testa”.

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