Talent show, le opinioni di Zucchero e Max Pezzali

Due artisti del panorama musicale italiano dicono la propria in merito al genere televisivo del momento: il talent show

di Monia Ruggieri 26 febbraio 2013 13:23

L’argomento talent show non è mai semplice da trattare. Per ogni persona che lo considera positivo, ve ne sono almeno tre che hanno da ridire sull’argomento. Spesso, quando si accenna soltanto alla parola talent show, le facce degli interlocutori si incupiscono, come se volessero dire: “non sarai mica favorevole?”. Insomma il talent show è un prodotto televisivo che sta riscuotendo molto successo, nonostante i più dicano di non guardarli in tv.

Ecco dunque i pensieri in merito di due grandi protagonisti della scena musicale italiana: Zucchero e Max Pezzali, degli 883.

Il primo, è stato intervistato dal Corriere della Sera sull’argomento. Queste le sue parole:

“Ho visto il Festival e c’erano giovani talenti con belle voci, anche se oggi mi pare che cantino tutti allo stesso modo. Per i giovani Sanremo e i talent restano importanti. Non ci sono più tante manifestazioni passerella del passato, Castrocaro, il Festivalbar…”.

E ancora:

“Attenzione: i talent tendono a imporre una musica omologata, o copiata dai successi stranieri. E questo è deleterio per i cantanti: magari fanno il botto, però poi spariscono nel nulla. Al festival canzoni di buon livello ma è mancato il brano capace d’imporsi, per rimanere nella testa della gente”.

Questo, invece, il pensiero del cantante degli 883. Pezzali esclude un coinvolgimento come giudice o coach di un talent:

“No, perché non so cantare: siccome nessuno voleva interpretare i pezzi che scrivevo ho iniziato a farlo. Ho doti vocali appena sufficienti a raccontare le mie storie. Inoltre i talent preparano interpreti straordinari in quanto a tecnica e presenza scenica, ma bisogna anche avere qualcosa da dire. Chi scrive canzoni pertinenti non necessariamente fa otto ore al giorno di vocal training: magari sta per la strada a capire cosa succede. Il rischio è concentrarsi troppo sull’esecuzione, perdendo la parte creativa”.

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